Luciano
Papangelo

Il principio di Le Châtelier

di Luciano Papangelo

2 febbraio 2021

DURATA: Lungometraggio
GENERE: Drammatico, commedia

Presentazione

Fa più paura la miopia di Antemio, personaggio stravagante e a tratti ironico che convive con una situazione di disagio interiore, o quella degli individui che tendono ad escluderlo, rappresentanti di un tessuto comunitario e collettivo sfibrato? La ripetizione di ambienti e situazioni ha l’obiettivo di marcare i cambiamenti di equilibrio tra le forze in campo e di calibrare il ritmo della storia, tenuta in piedi dal disorientamento del protagonista, un mostro sociale verso il quale si prova attrazione e repulsione allo stesso tempo.


 Avanti e indietro. Destra e sinistra. Senza un ordine preciso, sono questi i movimenti irregolari che Antemio Amodio disegna con il mocio su un pavimento piastrellato. La luce naturale proveniente dalla finestra, cadendo sulla superficie umida al profumo di lavanda, proietta la scritta “bagno professori” affissa sulla porta spalancata. Soddisfatto del risultato, l’uomo strizza meticolosamente il mocio nel secchio e con estrema abitudine, raccoglie una circolare da una cattedra domiciliata in corridoio, la sua postazione abituale. Salendo le scale, raggiunge una classe di quinta superiore. Volontariamente urta la porta chiusa con le nocche della mano destra e senza ricevere risposta, la apre, interrompendo così, una lezione di chimica che un professore, prossimo alla pensione, tiene davanti a degli alunni visibilmente annoiati. Spiega “il principio di Le Châtelier”, principio termodinamico secondo il quale un sistema in equilibrio tende a reagire ad una perturbazione esterna in maniera da ridurne o annullarne l’effetto ristabilendo l’equilibrio iniziale. Terminato il concetto, il professore prende la circolare dalle mani di Antemio, la legge e la firma. Davanti a lui gli alunni, ormai distratti, sfruttando il momento di pausa emettono versi e sfottò rivolti ad Antemio. Questo, felice e lusingato dalle attenzioni, interagisce sorridendo candidamente. Il professore irritato richiama il suo pubblico all’attenzione, cede il foglio firmato ad Antemio e riprendendo posto alla lavagna, prosegue con la spiegazione. L’uomo in camice blu saluta gli alunni e torna in corridoio. Antemio Amodio ha 40 anni, un viso simpatico, una corporatura esile, un lavoro fisso come collaboratore scolastico al liceo scientifico di Ravello ed un fondo mensile che ogni mese lo Stato gli versa per via del suo disturbo psichico, disturbo con il quale convive da quando è nato. Per il paese è considerato troppo stupido per le cose serie e troppo seriamente per le cose stupide, come scherzi o imbrogli, di cui è spesso vittima. Ma questo non intacca la sua estrema positività e gentilezza, ha abbastanza ingenuità e buona fede per scambiarli in gesti di attenzione. Ha due grandi fobie, la paura dei mezzi di trasporto, pubblici e privati, e la paura di nuotare. Crede che i mezzi di trasporto possano esplodere da un momento all’altro e questa idea lo porta a tollerarne solamente uno, la sua bicicletta, che tratta con estrema cura e attenzione. La paura di nuotare invece, deriva dalla grandezza del mare, da lui considerata come la forza più potente in natura. La campanella suona dichiarando la fine di un’altra mattinata scolastica e finalmente Antemio, dopo aver atteso l’uscita dall’edificio di tutti i ragazzi, con indosso uno dei suoi soliti berretti colorati, chiude la porta d’ingresso e si dirige verso la sua bici che, da rito, lega sempre al solito palo nella stessa posizione. Impegnato a slegare il suo mezzo a due ruote non si accorge dell’agguato di Cesare, che alle sue spalle emette un urlo e gli tira divertito uno schiaffo sul berretto, facendolo spaventare come spesso accade. Cesare Pizzullo è un professore di scienze motorie, un uomo abbronzato sulla cinquantina che però veste e si comporta in modo giovanile, come se avesse venti anni di meno. Cesare è esattamente l’opposto di Antemio: estroverso, sicuro, arrogante, autoritario, paraculo. Per Antemio, Cesare è il suo unico e vero amico, quello che più di tutti abbonda nel dargli attenzioni. La realtà è che Cesare prova un sincero affetto nei suoi confronti, ma è talmente concentrato su sé stesso che quell’amicizia viene da lui sfruttata sia per vantaggi economici, data la predisposizione di Antemio a offrire, che per avere una persona sulla quale far cadere le proprie colpe. Spaventato prima, divertito poi, Antemio saluta Cesare con un abbraccio caloroso e, liberata la bici dal lucchetto, sale in sella avviandosi verso casa. Antemio vive solo in una casetta indipendente, a strapiombo sul mare. È ossessionato dall’ordine, dalla collezione di berretti colorati, dal potare le piante che ha davanti l’ingresso e dal recarsi in chiesa ogni domenica. Davanti la sua casa, oltre il mare, in lontananza, altra terra ferma e altre case che da lì sembrano minuscole ma tra queste, in particolare da quella bianco panna, Antemio sostiene di vedere ogni tanto una donna affacciarsi alla finestra che lui simbolicamente chiama Maria. Antemio Amodio è innamorato di Maria e nonostante a dividerli ci sia la lontananza e il mare interminabile, è convinto che un giorno la raggiungerà.

 Sono le prime ore di scuola, gli alunni di Cesare sono in cortile a svolgere attività motoria e sfruttando l’assenza dei ragazzi, Antemio, meticoloso, passa lo straccio negli spogliatoi maschili. Dei lamenti provenienti dall’interno di uno dei due bagni lo distraggono. Sembra ci sia qualcuno. L’orecchio, poggiato sulla superficie della porta, individua in quei lamenti la voce di Cesare. Antemio euforico cambia espressione, l’occasione per un agguato è ottima. La mano raggiunge la maniglia. Un attimo di titubanza, poi un gesto sicuro e rapido spalanca la porta, aprendo il sipario a Cesare che di spalle e con le mutande abbassate, copre col suo corpo quello di un altro, di proprietà di un’alunna. Questa, immobile, lancia uno sguardo piangente e implorante di aiuto ad Antemio che, ingenuo e sorpreso, rimane a guardare. Intanto Cesare disinvolto riveste la parte inferiore del suo corpo, saluta Antemio e facendosi spazio raggiunge il lavandino. Mentre le sue mani sciacquano nervosamente il suo volto, Cesare confessa di aver soccorso la ragazza che si era slogata la caviglia, giocando in cortile. Antemio sembra crederci ed anche se confuso, rimane con la ragazza in evidente stato di shock per aiutarla ad uscire e ad asciugarsi le lacrime. Cesare ha già raggiunto la sua classe in cortile. Disperata e assente la ragazza si lascia cadere sul pavimento. Suona la campana e quando i ragazzi rientrano negli spogliatoi, notano Antemio solo con la loro compagna di classe che, scompigliata e seduta a terra, piange.

 Un uomo sbatte la testa contro la parete della stanza. Un altro, seduto sul proprio letto, canta ad alta voce una canzone napoletana. Un altro ancora, in stato comatoso, steso su un materasso fissa un punto del soffitto. È ciò che vede Antemio Amodio dal suo letto della stanza della clinica. La ragazza, non confessando le molestie del suo professore, ha involontariamente fatto cadere tutti i sospetti su Antemio e perciò, successivamente, la scuola ha deciso di sottoporlo ad un Trattamento Sanitario Obbligatorio sospendendolo dall’incarico di collaboratore scolastico.

 Di prima mattina, al suo quinto giorno in clinica, Antemio viene svegliato da un’infermiera che gli ordina di raggiungere il medico nel suo studio. Ancora intontito, si alza e lentamente raggiunge il dottore che serioso e imbarazzato, lo invoglia a sedersi davanti a lui. Scusandosi di continuo e dopo tanti giri di parole, l’uomo in camice bianco finalmente confessa al paziente ciò che ha scoperto in seguito a varie visite: il suo disturbo mentale non è causato da un alterato funzionamento del sistema nervoso centrale ma è condizionato da una rarissima forma di miopia che deforma ciò che vede e quindi la sua percezione. Per vivere le relazioni e la quotidianità in una condizione “normale” e per vedere il mondo per quello che è realmente, basterà indossare degli occhiali che uno specialista del settore ha preparato per la sua particolare miopia. Antemio viene quindi rilasciato con un’unica condizione da rispettare, indossare sempre quegli occhiali.

 I primi giorni fuori dalla clinica sono di forte impatto per Antemio: vede trattarsi da deficiente dagli abitanti del paese che, il più delle volte, cercano di coinvolgerlo in comportamenti stupidi che però lui evita di fare; osserva le debolezze delle persone, la violenza e la loro arroganza; ascolta ragionamenti privi di cultura, di umanità. Il mondo in cui viveva prima è fuori portata, scivola dentro delusioni. Positività e allegria si trasformano, coi giorni che passano, in depressione, apatia, solitudine. Poesia e bellezza sembra non siano mai esistite. Le uniche certezze che continuano ad essere tali nella mente di Antemio, anche quando le sue orecchie reggono le aste degli occhiali, sono Dio e la chiesa, la bellezza del mare e della natura e il fascino di Maria, che continua ad ammettere di vederla affacciarsi alla finestra della casa bianco panna.

 Antemio riprende a lavorare ma, svolgere la stessa vita di prima con quelle lenti, non è più lo stesso. Le continue prese in giro da parte di alunni e talvolta da parte anche di professori, lo portano ad irrigidirsi e a sottostare ad uno stato di continuo nervosismo. L’unica spinta emotiva in un posto così superficiale è il sentimento per Maria, perciò, ogni volta che torna dal lavoro, con pazienza e volontà tenta di costruire una zattera. Al decimo giorno la termina, ma non appena la getta in mare, questa, per le misure e il baricentro sbagliato, precipita sul fondale e con lei, l’illusione di raggiungere la donna.

 Passa qualche giorno prima di decidersi a partire in primo pomeriggio, con berretto e bici, verso la città, con l’intenzione di pedalare fino a raggiungere Maria. Attraversa il paese, il lungomare e la campagna ma proprio in una di queste stradine, la ruota anteriore viene accidentalmente forata da un sasso appuntito, costringendo il poveruomo a fermarsi e rincasare a notte fonda.

 La seconda sconfitta convince Antemio ad un ultimo ed estremo tentativo, raggiungere Maria a piedi. Prepara quindi un carretto riempito di provviste, acqua, tenda, sacco a pelo, coperte e, ottenuta una settimana di permesso a scuola, una mattina, all’ora in cui il sole sorge, si avvia. Il primo giorno di camminata termina in tarda serata, in un campo in apparenza disabitato ma che in realtà risulterà essere di proprietà privata. Antemio si sistema in tenda e apre una scatoletta di carne. Consumata la cena, in lontananza, dei cani abbaiano ma l’uomo, stanchissimo, sembra non preoccuparsene e stendendosi in tenda e togliendosi gli occhiali, crolla. Alle prime ore del mattino seguente, un fiato caldo sul piede sinistro sveglia Antemio, che indossando gli occhiali e abbandonando quindi il sonno definitivamente, osserva lo scenario attorno a lui: un cane vicino al suo piede lo fissa minacciosamente mentre altri tre cani, poco più lontani da lui, mordono la tenda ormai distrutta e ribaltano il carretto, senza più provviste. Antemio in un primo momento si paralizza, poi, ricordandosi di avere in tasca un’ultima scatoletta, la afferra, la apre e la lancia il più lontano possibile. Attratti dall’odore, i quattro cani raggiungono il cibo allontanandosi per un po’, il tempo ottimale per Amodio di rimettersi le scarpe e tentare una fuga a perdifiato verso un cancello molto alto al sapore di salvezza. Agitati da quelle lunghe falcate, i cani si mettono all’inseguimento di quella carne umana che però si lasciano sfuggire dall’altra parte del cancello. Salvo ma vinto, Antemio Amodio torna a casa.

 I giorni scorrono abitudinariamente, fino a domenica. Durante la santa messa, mentre ascolta la parola di Dio viene distratto da un’idea che la sua mente elabora: la possibilità di scrivere e mandare lettere a Maria attraverso un mandatario che dovrà andarci e trovarla di persona. Credendo che Cesare possa essere il mandatario ideale, lo invita a pranzo e gli propone l’idea, che il suo amico accetta ma sotto compenso.

 Durante una mattinata feriale, Antemio, seduto nella sua solita postazione in corridoio, annoiato legge il giornale. Una voce delicata si scontra contro quei fogli larghi e rumorosi che gli coprono la vista. Abbassando il giornale, Antemio trova la ragazza che tempo fa aiutò ad alzarsi nel bagno degli spogliatoi. Lei, imbarazzata e con lo sguardo basso, racconta di come quella volta andarono realmente le cose e gli confessa il lato oscuro di Cesare. Antemio, inizialmente scettico, non sembra credere a quel racconto ma, perdendosi nella serietà e nelle lacrime che intanto precipitano sugli zigomi della ragazzina, si fa serio e dubbioso. Il suono metallico della campanella avvisa che la ricreazione è appena cominciata, quindi la ragazza si allontana e Antemio, preoccupato, guarda un punto indefinito nello spazio. All’uscita da scuola Cesare spaventa Antemio mentre cerca di liberare la bici, ma questo, stavolta per niente divertito, lo saluta freddamente chiedendogli piuttosto novità sulle lettere da portare a Maria. Cesare lo rassicura raccontandogli di aver trovato la sua abitazione e di aver imbucato tutte le lettere. Inoltre, con voce sostenuta gli comunica che la donna si chiama davvero Maria. Udendo quel nome, Maria, la tensione e il nervosismo di Antemio si slegano facendo posto ad un sorriso sognante.

 Una sedia per volta viene sollevata e poggiata a testa in giù sul rispettivo banco. Una classe è momentaneamente assente e Antemio ne approfitta per pulirla. Da un’altra classe, in fondo al corridoio, dei ragazzi chiassosi attendono l’arrivo di un’insegnante in ritardo esternando tutta la loro euforia, immaturità e giovinezza con schiamazzi e urla. Antemio, fregandosene, continua la sua mansione ma di colpo, all’ennesima sedia alzata, si congela. Il suo udito viene attirato da una voce di un ragazzo che dall’aula in fondo, tra le risate dei compagni, legge qualcosa che gli suona famigliare. Dubbioso raggiunge la fine del corridoio. Affacciandosi gli palesa l’immagine di un ragazzo che, in piedi sulla cattedra, teatralmente legge una delle tante lettere che ha in mano mentre sotto di lui, ai suoi piedi, i compagni ascoltano deridendo quelle parole. Antemio senza richiamarli rimane ad ascoltare diventando parte del pubblico. Quello che viene letto lo riconosce. Perfettamente. Sono le sue parole per Maria e quelle sono le sue lettere. Cesare ha destinato le sue lettere al cestino di quella classe e non alla casa bianco panna e perciò i ragazzi, trovandole e spinti dalla curiosità, le hanno aperte. Ci sono tutte. Antemio è coperto di umiliazione. Il sogno si è fatto fallimento e il suo corpo spontaneamente prende a trascinarsi verso l’aula vuota. La mattina termina e Antemio, in aula docenti, è in attesa di qualcuno. Il primo a raggiungerlo è un insegnante di arte che Antemio ferma per accusare Cesare di pedofilia. Il professore in questione sembra avere solamente la voglia di andarsene e perciò, disattento gli sorride, recupera la borsa e sparisce. Seguono due professoresse ma anche queste, incuranti delle parole sconclusionate di Antemio, vanno via. Antemio agitato e sprovvisto di credibilità, incivilmente spalanca la porta dell’ufficio del preside interrompendo una conversazione con un genitore. Il preside, imbarazzato si alza in piedi, raggiunge Antemio sulla porta e afferrandolo dal gomito lo spinge fuori. Antemio irritato si precipita fuori. Le chiavi girano nel lucchetto, la catena si apre e la bici è libera. Dietro di lui i soliti passi di Cesare ma stavolta Antemio girandosi in tempo gli toglie il gusto di spaventarlo. Senza troppi convenevoli e con fare vendicativo, lo invita a cena per domenica a casa sua. Cesare come sempre accetta.

 Antemio, genuflesso in un banco della chiesa e con le dita incastrate tra loro davanti la fronte abbassata, mastica l’ostia appena presa. Dagli occhi, delle lacrime lente scendono sulle sue guance rasate. Quella sera, intorno ad una tavola piena di piatti e padelle sporche, Cesare e Antemio chiacchierano allegramente e bevono del vino rosso. La leggerezza sembra pervadere la casa ma Cesare, addentrandosi in un discorso privato, cambia umore. Racconta di quando, con lui al volante, anni prima morì in un’incidente d’auto la sua unica figlia e di quanto è difficile per lui, vivere sereno da quel giorno. Antemio disarmato e sorpreso da quel velo di umanità, sembra voler desistere dal mettere in pratica l’uccisione che ha progettato. Perciò, per evitare guai, si alza, afferra dalla tavola una padella sporca e si dirige davanti al lavello, segno indiretto per indicare che la serata è giunta al termine. Mentre il rubinetto getta acqua e la spugna, macchiata di detersivo, strofina la padella, Cesare assalito dalla fretta si alza blaterando qualcosa ad Antemio, che però, distratto, non ascolta. Antemio dopo poco torna in quella stanza anche con la mente e credendolo di averlo alle spalle, ordina al suo amico di non usufruire del primo bagno ma, nel caso ne avesse bisogno, di andare in quello in fondo a sinistra. Cesare però non è dietro. È in un’altra stanza. Un tonfo poco lontano tradisce il silenzio. Gli occhi di Antemio, anche se da lì non possono aver visto niente, sembrano invece sapere già tutto. Rallentato ritrae le mani dal rubinetto che intanto continua a vomitare acqua e con movimenti pesanti va verso il primo bagno. Vorrebbe non arrivare mai, ma ci arriva. Spalanca la porta, gli occhi e la bocca. Il corpo steso a terra di Cesare è ormai privo di vita. Il piano di Antemio di lasciare i fili scoperti per fulminarlo ha funzionato, ma questo non sembra rallegrarlo. Tutt’altro. Inerme continua a guardare il corpo steso sul pavimento. Con o senza occhiali lo scenario non cambia. Chiude la porta davanti a sé e torna in cucina. Mentre i pensieri viaggiano, il suo corpo, posizionandosi sulla sedia, rimane inchiodato. L’acqua continua a scorrere ininterrottamente dal rubinetto.

 Un rumore di un’onda che si schianta sullo scoglio sveglia Antemio, che di scatto alza la testa dal tavolo della cucina. Attorno a lui tutto come la sera prima, la tavola in disordine, i piatti ancora sporchi e il vino nei bicchieri. Confuso si alza e assonnato chiude il rubinetto lasciato aperto. Dando uno sguardo alla finestra, un sole raggiante gli illumina il volto. Fuori sembra ci sia ad aspettarlo una giornata calda e piacevole. Intontito sparecchia la tavola e quando afferra il bicchiere usato da Cesare, di colpo viene sequestrato da un profondo turbamento. Istintivamente lo lancia contro la parete. Il senso di colpa lo conduce all’attaccapanni per scegliere uno dei suoi tanti cappellini; stavolta quello giallo. Lo indossa e tirando un lungo sospiro, esce. Pedala con estrema lentezza, non staccando mai lo sguardo assente dall’asfalto che percorre. Tira dritto. All’ennesimo angolo del paese, le pedalate rallentano definitivamente. Antemio scende dalla bici per legarla al palo più vicino. Voltandosi, davanti a lui, un enorme edificio con sopra affisse delle lettere in stampatello che ne confermano l’identità. È la questura. Tra lui e l’ingresso solo le strisce pedonali. Un enorme sospiro precede il movimento convinto delle gambe, che però sulla quarta striscia bianca, si fermano. Un vento primaverile gli accarezza il volto. A quel contatto reagisce rilassando i muscoli. Chiudendo gli occhi e inclinando la testa verso il cielo, Antemio toglie gli occhiali. Li getta in strada. Sull’asfalto. Il vento continua a baciargli la guancia sinistra e questo provoca in lui un sorriso spontaneo. Riabbassando lo sguardo e riaprendo gli occhi, il sorriso diventa una risata incontrollata. Prende a camminare controvento. I movimenti spontanei e mal gestiti del suo corpo esternano follia ed esaltazione. La brezza lo conduce al mare. Sussurrando il nome di Maria, Antemio Amodio dà uno sguardo all’orizzonte, toglie le scarpe e vestito, si butta in acqua. Un cappello giallo, solo in mezzo al blu, affonda e riemerge a ritmi irregolari, delle braccia rigide picchiano il Mar Tirreno e un vento primaverile dolcemente rasenta le onde luccicanti in una meravigliosa giornata di sole.

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